dueA - It's only entertainment.

dueA

• 24.08.2007 - It's only entertainment.

Una lettura di "Re Kappa"
(Luciano Pagano, BESA, 114pp.,10€)

 

 

È arrivata anche per Luciano Pagano l’ora dell’esordio ufficiale nel mondo del romanzo contemporaneo.

Un esordio, presumo, anelato e sospirato, qualche volta imprecato, se teniamo conto del suo pamphlet sullo stato dell’editoria pubblicato anni or sono.

Prima di parlare del libro, per altro ben al di fuori dagli stupidi ritmi dell’entertainment commerciale, devo effettuare una premessa importante.

Forse non potrò essere troppo obiettivo e non parteggiare per questo autore, riconoscendogli di aver realizzato qualcosa che ha trasceso gli egoismi e le piccole miserabilie ataviche del Salento, il “comparesimo” e il “fotticomparesimo” unilaterale e ideologico.

Mi riferisco al sito musicaos.it, sul quale hanno scritto finora esordienti giovanissimi come autori navigati: una piazza indipendente della quale si sentiva la mancanza, divenuta necessaria in tempi stretti.

A questo punto si sarà capito che su tale piattaforma iocero, e sfido chiunque su questo territorio a dedicare tempo e risorse per costruire qualcosa di simile e così gratuito.

Luciano Pagano come autore. Avendo letto due libri della sua preistoria, la raccolta poetica a sei mani “Venenum”, edita da LiberArs, e il bel romanzo autoprodotto “Celle”(non gli avrei augurato esordio migliore), mi riesce impossibile parlare di lui come “uno del mestiere”. Luciano è un artista, un ricercatore e coraggioso sperimentatore, uno che legge montagne di libri, un don Chisciotte che condivide con gli altri le proprie visioni, non si nega al dialogo e alla discussione. Mi riesce difficile vederlo come un autore seriale, eppure potrebbe con celata disinvoltura vestirne i panni, chissà: misteri dell’editoria.


Re Kappa.
È per tutti questi motivi che credo non sia stato facile un parto come questo, così come è per gli stessi motivi che ho ritardato questo acquisto, prelevandone infine l’ultima copia rimasta nella libreria più gettonata di Lecce. E anche perché, come lo stesso scrive, “esordire” nel Salento “è impossibile”.

E proprio di un esordio prossimo venturo si parla in “Re Kappa”, spaccato della dura quotidianità del mondo dell’editoria, a sua volta squarciato dall’introduzione di alcuni elementi esteriorizzati dalla lezione di Calvino, che deformano la realtà, spesso pesante, inerte, opaca, per trasformarsi in invenzione brillante, una “finzione di finzione” che nasconde bene la sua puzza di lattice.

Se volete un Luciano Pagano d’antan, leggete con gusto le duepaginedue che si è concesso (un po’ meno in verità): le prime pagine del romanzo, dove sussistono forme poetiche a lui care e dove con poche pennellate si capisce in quale situazione i lettori si sono andati a cacciare.

Il romanzo prosegue poi scorrevolmente, non solo per le sue dimensioni ridotte, ma perché vi si ritrova un’ironia pirandelliana, insostenibile, per l’antipatia dei personaggi e delle loro azioni, eppure leggera per il loro svolgersi low - profile. Lo stesso Pagano decritta la scelta in una delle improbabili telefonate che il protagonista fa all’editore Gastone Gallo, un pigmalione “trastulino” con intrallazzi di vario fondo e tutto teso a fare grana, capace di guadagnarci pure dalla terza mano e dal macero dei suoi prodotti: siamo di fronte nientepopodimenoché ad un metaromanzo autoproclamatosi tale, che si presenta come una “favoletta da quattro soldi” che si vende perché è una favoletta e perché costa quattro soldi. Ma in realtà, come il miglior understatement hemingwayano, rivelerà la sua natura profonda al lettore nel segreto dei tempi.

L’autore si diverte, lanciando i suoi strali sul milieu, e sembra prendere scherzosamente in giro, non senza cattiveria, tanto i lettori quanto i propri personaggi(“Qualcuno si chiederà il perché di tanto astio, pazienza, vi racconterò tutto per filo e per segno, fino ad arrivare a dirvi cosa è successo in questi ultimi giorni e nei seguenti, se avete un po’ di pazienza, ma ne avete, siete ancora lì?”): Michel Benoit è uno pseudocritico e pseudoautore saccente che può materializzarsi e nutrirsi solo dell’aria di Lecce, eppure è lui che possiede, chissà per quali vie, il leggendario manoscritto di Céline, “Le roi Krogold”.

Il nostro autore aiutato dall’inquietante presenza di un’amica bianca e polverosa - un cliché dei romanzi contemporanei qui introdotto con originalità -, sceglie la giusta pista e formula il suo teorema: “meglio rubare ai ricchi poeti fannulloni manoscritti di opere geniali scritte dai maestri del Novecento che dare ai poveri scrittori opportunità di riscatto mediante la ristesura e l’editing di romanzi”.

Non mancano le furberie, come il rifiuto del giovane autore di parlare di precarietà nel suo romanzo e il fatto che il romanzo descrive la sua precarietà, ovvero l’introduzione delle solite figure di intellettuali patetici che si incontrano a iosa nei romanzi contemporanei, ovvero ancora una pornografia da internet. Il tutto però è condotto con intelligenza, visto che lo scrittore Duilio Cozzetti, con il suo milione di “r”, è introdotto in una abnorme digressione nel mezzo di un altro discorso, e non si dimentica, Pagano, di strizzare l’occhio ad un’appassionata descrizione del paesaggio e del caldo pazzo che domina il territorio. D’altro canto è Cozzetti che ammonisce gli autori salentini: non rinnegate la vostra lingua come se fosse bestemmia, e Pagano ci mette qualche espressione colorita meritevole: accidenti, può permetterselo solo Camilleri?

Insomma, se entertainment ha da essere, che sia, ma inventiamoci un’istanza di qualità e mettiamoci dentro Luciano Pagano, quello vero e quello finto.

 

 

*  Opera di Javier Alonso Márquez

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• 27.08.2007 - Sul commento a Re Kappa di Andrea Di Consoli.

Inviato daAnonymous
A proposito di recensioni su questo libro, segnalo quelle di Daniele Greco e di Andrea Di Consoli, che trovate entrambi sul blog di Luciano Pagano (cercate nell'elenco dei link).
Su Di Consoli in particolare: è da anni, ormai, che Di Consoli parla del Salento come un inquietante fenomeno di elefantiasi culturale.
Notando come, nel romanzo di LP, si scada spesso in un linguaggio basso, risultato di troppe manifestazioni culturali, che equivale al loro annullamento. Tanto per dirne una guardiamo che accidenti è la Notte della Taranta, cioé dov'era la taranta pura. Di puro c'è solo l'entertainment in questo e in troppi fenomeni culturali salentini (salverei il festival Negramaro e i Luoghi d'Allerta- che però quest'anno trovo ripetitivi, una sorta di tour promozionale).Quant'è giusto fare marketing culturale ed entertainment? Tanto, direi, se le alternative si chiamano Costantino e Corona...
Prima che qualcuno di voi si bagni ripensando al lancio degli slip in diretta su un'altra trasmissione "stracult" come Lucignolo (idolo dei militari di guardia), riporto l'argomento al nocciolo.
Elefantiasi è vero, perché l'egoismo e il fotticomparesimo di cui scrivo, portano ad ascoltarsi troppo e a dialogare poco.
Quando ce n'è voglia.
Per me la soluzione (non) è una: leggere molto del passato, divertirsi a scrutare anche il pensiero dei singoli artisti, e affrontare di buon grado il presente, a livello glocale e globale. Osservarlo e viverlo, però, prima. E sognare, se si vuole.
E, se questo è l'intento, farsi una strada propria, by trial and error, anche ellittica, innaturale, casuale, causale.
Lo stesso LP dovrebbe essere d'accordo, se afferma che con metodo non è detto che si arrivi, ma senza questo non si va da nessuna parte.

duea
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• 27.08.2007 - E i critici?

Inviato daAnonymous
Già, dimenticavo.
E i critici?
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• 27.08.2007 - Notte della Taranta.

Inviato daAnonymous
E voi direte: "du'palle du-tre ore di taranta pura, Aufié!"

Ma il fatto è questo: se non fosse entertainment potrebbe durare un secondo come sei ore, ma c'è un problema che le formiche devono affrontare: la noia dello stare con sé stesse.
Non stronco questa taranta, anche perché qualcuno potrà dire la sua accezione migliore, come per qualsiasi danza, è quella di comunicare, e di comunicarsi, attraverso quest'arte.
Bel principio, bello. A seguirlo...
Mo' ho finito.
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• 28.08.2007 - taranta?

Inviato daAnonymous
E se si pensasse a un salento detarantizzato?
tR
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• 29.08.2007 - Non credo cambierebbe molto

Inviato daAnonymous
almeno dal punto di vista popolare:
ci sarebbero magliette con altri spunti e serate dove sfondarsi e ballare con altre note.
Per gli autori: il dionisismo esiste dai tempi di Dioniso, le origni del fenomeno e lo studio fenomenologico dai tempi di De Martino, insomma aria!
Per quanto riguarda la cosiddetta industria culturale, dovrebbe inventarsi nuovi stimoli.
Cosa che dovrebbe fare già ora, in realtà, se no vedi Di Consoli.
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